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Gay & Bisex

Marco passivo #10


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
26.03.2026    |    17.970    |    2 9.4
"Quasi tutti dormivano ancora e mi abbassai velocemente per leccarl oe succhiarlo tutto, lo ripulii di nuovo con la lingua, lentamente, assaporando il sapore della terza sborrata ed ingoiando tutto..."
Il messaggio di Luca era arrivato tre giorni prima:
«Questa settimana niente sesso, niente orgasmi, niente vibrazioni forti. Solo il plug dentro di te, sempre carico, sempre pronto. Voglio che tu senta la mancanza.»
Avevo obbedito. Il Lovense Hush 2 era rimasto dentro di me giorno e notte, vibrando piano quando Luca decideva di accenderlo dal telefono. Ma niente mani, niente cazzi, niente sollievo. Il mio culo era diventato una cosa viva, sensibile, sempre piena. Ogni passo, ogni movimento mi ricordava quanto fossi cambiato.
Poi arrivò la telefonata della mamma: la nonna stava male, era in ospedale a Lecce. Dovevo andare. Partii subito, prendendo il primo autobus notturno da Firenze. Otto ore e mezza di viaggio verso il Sud, con una sola sosta. Salii sul pullman stanco, con lo zaino in spalla e il plug ancora dentro che mi pesava a ogni gradino.
Mi sedetti in fondo, lato finestrino. Il posto accanto era vuoto. Appoggiai la testa al vetro freddo e cercai di dormire. Per la prima volta da settimane la mente si svuotò. Luca, Elio, Giorgio, il plug, le mani dentro di me… tutto sembrò lontano. Il viaggio era lungo, monotono, l’autobus puzzava di aria condizionata vecchia, di caffè del distributore e di sudore di gente che viaggiava da ore. Mi sentivo di nuovo “normale”. Il Marco di una volta. Quello che non aveva ancora scoperto quanto gli piacesse essere usato.
Rimasi due giorni dalla nonna. La vidi in ospedale, le tenni la mano, le parlai come facevo da bambino. Dormii nella sua casa vuota, tra i mobili vecchi e l’odore di naftalina e sugo. Per quarantotto ore non aprii l’app, non guardai i messaggi di Luca, non toccai il plug. Il mio corpo sembrava quasi tornato indietro. Quasi.
Ma la sera del secondo giorno arrivò la chiamata dal lavoro: dovevo rientrare urgentemente per una riunione lunedì mattina. Prenotai il primo autobus di ritorno, quello delle 22:30 da Lecce. Otto ore e mezza di nuovo verso Firenze.

L’autobus per Firenze partì da Lecce alle 22:30 in punto. Ero stanco morto dopo due giorni passati tra ospedale e casa della nonna, ma il mio corpo era ancora carico di quella strana elettricità che non mi abbandonava più. L’assistente di viaggio, una ragazza con la divisa blu un po’ stropicciata, mi indicò il posto in fondo, lato finestrino.
«Questo è suo. Le lascio anche la copertina monouso, fa fresco di notte.»
Mi porse un sottile telo di plastica morbida con il logo della compagnia. La ringraziai e mi sedetti. Il posto esterno era già occupato.
Accanto a me c’era lui.
Un uomo sui trent’anni che però, dall’aspetto serio e composto, sembrava averne cinquanta. Basso, robusto, biondo, viso tondo, capelli corti e ordinati. Indossava pantaloni di Tasmania color nocciola, calzini bianchi immacolati, mocassini di cuoio lucidissimi, camicia bianca perfettamente stirata e un giubbetto di cotone blu. Sembrava un medico o un professore universitario. Serio, professionale, impenetrabile.
Ma aveva due occhi azzurri che, quando mi guardò per un secondo mentre mi sedevo, mi colpirono come una scarica. Non era solo il colore. Era l’espressione: erotica, ammaliante, quasi famelica, nascosta dietro quella maschera di serietà.
Mi sedetti. Il suo profumo mi arrivò subito: caldo, maschile, un misto di dopobarba costoso al legno di cedro, pelle pulita e un velo di sapone neutro. Un odore che mi inebriò all’istante. Sentii il cazzo muoversi nelle mutande senza motivo. Mi piaceva. Tanto.
Finsi di sistemare lo zaino, ma in realtà lo osservavo. Davanti alle sue ginocchia c’era la sacca del retro-sedile piena di riviste scientifiche. Leggeva una rivista di cardiologia. Era assorto, concentrato, la fronte leggermente aggrottata.
Passò quasi un’ora di silenzio assoluto.
Io facevo finta di dormire, la testa appoggiata alla testiera del sedile, gli occhiali da sole ancora addosso nonostante fosse notte. Ogni tanto aprivo appena gli occhi e lo guardavo di profilo. Lui non si muoveva, continuava a leggere, ma sentivo che era consapevole della mia presenza. L’aria tra noi era elettrica, densa.
Dopo circa un’ora di quel corteggiamento silenzioso, con il cuore che batteva fortissimo, decisi di osare.
Poggiai la mano destra sulla mia gamba, vicino al suo ginocchio. Il dito mignolo sfiorò appena la stoffa calda dei suoi pantaloni di Tasmania, proprio sotto il ginocchio.
Lui non si mosse. Ma sentii un leggerissimo spostamento della gamba verso di me. Un invito silenzioso.
Con lentezza spinsi il mignolo fino a toccare il ginocchio. La stoffa era liscia, calda, tesa sui muscoli robusti. Lui non ritirò la gamba. Continuò a leggere, ma il respiro era cambiato, più profondo.
Emozionato come non mai, continuai. Il dito divenne tutta la mano. Gli accarezzai piano il ginocchio, poi salii lentamente lungo la coscia. La stoffa era calda. Sentivo il calore della sua pelle attraverso il tessuto. Il suo profumo mi avvolgeva, mi inebriava. Volevo morderlo, leccarlo, sentirlo dentro di me.
Dopo qualche minuto la mia mano era arrivata all’interno coscia. Sentivo il suo cazzo duro sotto i pantaloni. Grosso, caldo, pulsante. Lo strinsi piano attraverso la stoffa. Lui non disse niente, non mi guardò, ma aprì leggermente le gambe per facilitarmi.
Ero eccitatissimo. Il mio cazzo era durissimo nelle mutande.
Con il cuore in gola abbassai la zip dei suoi pantaloni molto lentamente, senza fare rumore. Infilai la mano dentro. Trovai il cazzo duro, caldo, spesso. Lo presi in mano e cominciai a segarlo lentamente, su e giù, con movimenti discreti, fingendo di dormire con la testa appoggiata al finestrino. La copertina monouso che mi aveva dato l’assistente mi copriva perfettamente le mani e il suo grembo.
Il suo respiro si fece più pesante, ma rimase immobile, gli occhi sulla rivista. Lo segai per minuti interi, sentendo la cappella gonfia, le vene pulsanti, le palle pesanti.
Poi, spinto dal desiderio, mi abbassai un po’ sotto la coperta, aprii meglio la cerniera e presi la cappella in bocca. Solo per pochi secondi. Il sapore era salato, virile, buonissimo. Succhiai i primi centimetri, la lingua che girava intorno. Ma la paura di essere scoperti era troppa. Richiusi tutto e ripresi a massaggiarlo con la mano, più veloce.
Lo feci venire la prima volta dopo quasi un’ora. Schizzi caldi e abbondanti mi inondarono la mano. Ritirai lentamente la mano da sotto la coperta, la portai alla bocca e leccai tutta la sborra, assaporando ogni goccia densa e salata. Poi tornai giù e ripulii il suo cazzo ancora duro con la lingua, leccando ogni residuo.
Alla sosta programma all’autogrill scendemmo tutti ed io e lui quasi ci ignorammo. Ci ritrovammo in bagno con tutti gli altri del pulman, poi uno spuntino al volo e tornammo sul pulman. Lo sconosciuto riprese a leggere la sua rivista.
Ricominciai a toccarlo. Adoravo tenerlo in mano e massaggiarlo. Lui fece un cenno con il capo come per dire “bravo devi continuare così”. Avrei voluto toccarmi anche io ma avevo promesso a Luca di non farlo.
La seconda volta arrivò dopo altre due ore. Ancora più abbondante. Leccai di nuovo tutto dalla mano e dal cazzo, con calma, con devozione. Complice la notte e con l’aiuto della coperta potei leccargli il cazzo per 10 minuti. Poi mi alzai e lo ripresi a massaggiare avevo deciso che lo avrei massaggiato per tutte le ore del viaggio.
Poco prima di Firenze all’alba sentii nuovamente vibrare quel cazzo sconosciuto e bello. Il cazzo era sensibilissimo, pulsava forte. Venne con un tremito quasi impercettibile, schizzi caldi sulla mia mano. Quasi tutti dormivano ancora e mi abbassai velocemente per leccarl oe succhiarlo tutto, lo ripulii di nuovo con la lingua, lentamente, assaporando il sapore della terza sborrata ed ingoiando tutto.
Il mio cazzo era durissimo, le mutande bagnate di pre-eiaculazione. Eravamo quasi arrivati a Firenze. Lo sconosciuto, senza guardarmi, mise la sua mano tra le mie cosce e fece una leggera pressione, poi un movimento lento, circolare, proprio sul mio cazzo duro intrappolato nelle mutande. Il tocco era preciso, esperto. Sentii il culo contrarsi di desiderio. L’orgasmo arrivò violentissimo ma silenzioso: schizzi caldi e abbondanti mi riempirono le mutande mentre lui continuava a massaggiarmi piano, senza guardarmi, come se niente fosse.
Poi, senza dire una parola, prese un biglietto scritto a penna dal taschino della camicia e me lo mise in mano.
Sopra c’era scritto:
Carlo
Silk Motel – Suite Lussuria
Tra 40 minuti
+39 335 12 34 567
L’autobus arrivò a Firenze. Scesi con le gambe molli, le mutande bagnate della mia sborra e della sua, il culo che pulsava, il cuore che batteva fortissimo.
Non vedevo l’ora di andare in quell’hotel.

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